Alternanza scuola-lavoro: le ragioni degli studenti

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Pochi giorni fa si sono svolte le manifestazioni contro l’alternanza scuola-lavoro: ecco perché gli studenti protestano contro questa nuova misura nell’istruzione.

L’obiettivo dell’alternanza scuola-lavoro

Si tratta di una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015, la cosiddetta Buona Scuola, e nasce dal principio della scuola aperta: alla base di questa misura, come di tante altre novità nel mondo dell’istruzione, c’è l’idea che la scuola non rappresenti un mondo a sé ma, come si legge sul sito del MIUR:

la più efficace politica strutturale a favore della crescita e della formazione di nuove competenze, contro la disoccupazione e il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro. Per questo, deve aprirsi al territorio, chiedendo alla società di rendere tutti gli studenti protagonisti consapevoli delle scelte per il proprio futuro.

L’alternanza scuola-lavoro è stata introdotta nell’anno 2015-2016 ed è obbligatoria per gli studenti del terzo anno di Istituti Superiori (400 ore) e Licei (200 ore), da completare comunque nell’ultimo triennio di scuola, prima di entrare nel vero e proprio mondo degli adulti. Un primo assaggio, un’esperienza formativa – in senso ampio – nel mercato del lavoro, in aziende, enti, associazioni e imprese, in cui anche gli adulti, come tutor, si misurano con una nuova generazione.

L’obiettivo finale, individuato dal MIUR, si ritrova in queste righe:

L’alternanza scuola lavoro è un’esperienza educativa, coprogettata dalla scuola con altri soggetti e istituzioni, finalizzata ad offrire agli studenti occasioni formative di alto e qualificato profilo.

Le manifestazioni: realtà e contestazione

Sulla carta e dai principi che muovo l’iniziativa, in molti erano favorevoli al suo inserimento nei Piani Formativi, gli stessi studenti erano entusiasti di “mettere le mani in pasta”. A distanza di 2 anni, con circa un milione di studenti coinvolti nell’a.s. 2016/2017 e più di un milione e mezzo nell’a.s. 2017/2018, i risultati non sono quelli attesi. Il 13 Ottobre e il 24 Novembre in migliaia sono scesi in piazza a contestare un’iniziativa formativa che, a loro dire, farebbe rima con sfruttamento.

Secondo una ricerca condotta dall’Unione degli Studenti, i numeri sarebbero questi:

  • il 57% degli alunni ha portato avanti percorsi non inerenti al proprio percorso di studi;
  • il 40% ha visto i propri diritti negati, ad esempio nella sicurezza sul lavoro;
  • l’87% vorrebbe poter decidere sul proprio percorso di alternanza scuola-lavoro.

Gli studenti sono scesi in piazza per rivendicare un’alternanza scuola-lavoro che sia davvero formativa e di qualità, come d’altronde si leggeva nel manifesto dell’iniziativa, e richiedendo uno statuto sul tema che prevederebbe, ad esempio:

  1. il coinvolgimento dello studente nella scelta del proprio percorso di alternanza scuola-lavoro
  2. la preventiva informazione delle mansioni che lo studente dovrà svolgere all’interno dell’azienda;
  3. la creazione di una Commissione paritetica per la definizione dei progetti dell’alternanza scuola lavoro composta in egual numero da studenti e da docenti che si occupi di redigere i progetti per l’alternanza scuola lavoro;
  4. l’impegno da parte di ogni azienda a firmare un codice etico in cui si certifica la totale estraneità a legami con la criminalità organizzata e l’estraneità da fenomeni di inquinamento del territorio;
  5. un riequilibrio del numero delle ore da effettuare in alternanza scuola-lavoro;
  6. la copertura assicurativa contro gli infortuni presso l’INAIL;
  7. la garanzia di un corso di formazione preliminare su diritti e tutele nel mondo del lavoro nelle ore di insegnamento della/e materia/e professionali coinvolte nello stage;
  8. un vero confronto studente-scuola-azienda, dunque si devono prevedere incontri periodici di confronto tra lo studente, il tutor scolastico e il tutor aziendale sull’andamento dello stage (uno obbligatorio a metà del periodo di stage);
  9. un riequilibrio didattico delle materie non-professionalizzanti, ovvero: la scuola si deve impegnare, al rientro a scuola dello studente inserito in un percorso di stage, a metterlo in condizione di recuperare le sopravvenute carenze nelle materie non coinvolte negli obiettivi didattici dell’alternanza scuola lavoro.

In molti hanno descritto questi giovani come radical-chic, pigri, snob, svogliati, ma in realtà accade anche questo: i ragazzi sono assegnati dalle aziende a mansioni semplici e ripetitive,entrando in una sorta di catena di montaggio.

D’altra parte le aziende non percepiscono incentivi, quindi la formazione degli studenti non viene fatta come si dovrebbe; dal punto di vista scolastico, gli insegnanti si lamentano perché viene tolto molto tempo alle attività curricolari, già fortemente penalizzate dalla riduzione di orario avuta con la riforma Gelmini; gli insegnanti tecnico pratici (ITP) che dovrebbero insegnare le competenze pratiche per tutti gli argomenti trattati teoricamente dalle discipline professionali si lamentano. Spesso le ore di pratica sono sfruttate per terminare il programma didattico solo dal punto di vista teorico, però.

Ciò che servirebbe è forse un confronto tra le varie parti, oltre che un’organizzazione e una regolamentazione dei progetti, che tenga conto delle esigenze dei diversi attori.

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